January 31st, 2026

Silenzio, voce, danza: tre modi per guardare alla fine con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai per l'inaugurazione della stagione concertistica del Ponchielli. Serata di altissimo profilo

"La sfida interpretativa era delle più ardue, ma il giovane Nicolò Umberto Foron ha dimostrato una maturità sbalorditiva: il suo gesto emana da un’intenzione lucida e calibrata, un’equazione in cui le incognite si sciolgono nella necessità dei passaggi utili alla cristallina risoluzione del problema.  Razionalità estrema ma anche estrema libertà nel padroneggiare microagogiche e scarti dinamici che imprimono il suo marchio all’esecuzione. Destreggiarsi tra l'ascesi di Messiaen e il gigantismo orchestrale di Rachmaninov richiede una visione architettonica del suono che ci si aspetterebbe da direttori più avanti negli anni, ma Foron ha sempre tenuto saldo il comando assoluto dei suoi musicisti. L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai si è confermata realtà di caratura internazionale: ha tenuto alto il suo prestigio con limpida bellezza di suono, attenta e puntuale nella coloritura, nel gioco sottilissimo delle illuminazioni timbriche, nello scatto innico della pienezza enunciativa; si potrebbe aggiungere, inoltre, con una unitaria consapevolezza del suonare insieme (in modo quasi visivo per il pubblico) nello spirito di una nobile e devota partecipazione all’ideazione espressiva dei testi musicali, regalando momenti di rara bellezza timbrica, soprattutto nell’ultimo brano in programma, le Danze Sinfoniche di Rachmaninov. Il percorso non si è chiuso infatti con il dolore, seppur pacificato, della ninna nanna del quinto Lied in cui il testo dell’ultima quartina, col trascolorare del cambio di tonalità dal minore al maggiore, si espande come un raggio di sole che squarci le tenebre dopo una tempesta. Con le Danze sinfoniche di Sergej Rachmaninov, ultima opera orchestrale del compositore, il concerto ha cambiato ancora prospettiva; siamo davanti a una musica scritta in esilio, a ridosso della fine ma animata da un’energia ostinata. Anche quando il materiale tematico guarda indietro, come nelle autocitazioni della Prima sinfonia, la musica avanza, occupa tutti gli spazi. È come se, dopo il silenzio di Messiaen e il pianto di Mahler, l’orchestra avesse trovato finalmente la forza di scuotersi e rimettersi in movimento, non per arrendersi all’oblio, ma per trasformare la memoria in energia.La sfida interpretativa era delle più ardue, ma il giovane Nicolò Umberto Foron ha dimostrato una maturità sbalorditiva: il suo gesto emana da un’intenzione lucida e calibrata, un’equazione in cui le incognite si sciolgono nella necessità dei passaggi utili alla cristallina risoluzione del problema.  Razionalità estrema ma anche estrema libertà nel padroneggiare microagogiche e scarti dinamici che imprimono il suo marchio all’esecuzione. Destreggiarsi tra l'ascesi di Messiaen e il gigantismo orchestrale di Rachmaninov richiede una visione architettonica del suono che ci si aspetterebbe da direttori più avanti negli anni, ma Foron ha sempre tenuto saldo il comando assoluto dei suoi musicisti. L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai si è confermata realtà di caratura internazionale: ha tenuto alto il suo prestigio con limpida bellezza di suono, attenta e puntuale nella coloritura, nel gioco sottilissimo delle illuminazioni timbriche, nello scatto innico della pienezza enunciativa; si potrebbe aggiungere, inoltre, con una unitaria consapevolezza del suonare insieme (in modo quasi visivo per il pubblico) nello spirito di una nobile e devota partecipazione all’ideazione espressiva dei testi musicali, regalando momenti di rara bellezza timbrica, soprattutto nell’ultimo brano in programma, le Danze Sinfoniche di Rachmaninov. Il percorso non si è chiuso infatti con il dolore, seppur pacificato, della ninna nanna del quinto Lied in cui il testo dell’ultima quartina, col trascolorare del cambio di tonalità dal minore al maggiore, si espande come un raggio di sole che squarci le tenebre dopo una tempesta. Con le Danze sinfoniche di Sergej Rachmaninov, ultima opera orchestrale del compositore, il concerto ha cambiato ancora prospettiva; siamo davanti a una musica scritta in esilio, a ridosso della fine ma animata da un’energia ostinata. Anche quando il materiale tematico guarda indietro, come nelle autocitazioni della Prima sinfonia, la musica avanza, occupa tutti gli spazi. È come se, dopo il silenzio di Messiaen e il pianto di Mahler, l’orchestra avesse trovato finalmente la forza di scuotersi e rimettersi in movimento, non per arrendersi all’oblio, ma per trasformare la memoria in energia."

Angela Alessi - Cremonasera.it

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